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testi di Luciana Squadrilli

 


Un mosaico alla Scuola Mosaicisti del Friuli ricorda l’antica Spilimbergo (Pordenone) Degustazione davanti alle vigne con i vini della cantina Pitars
Accostare la parola “vino” al Friuli Venezia Giulia riporta subito alla mente i grandi bianchi del Collio, con i loro profumi e l’elegante mineralità. Eppure il vino friulano è anche altro: gli aspri e taglienti vini autoctoni del Carso, per esempio, o i più morbidi e “facili” (pure dal punto di vista economico) vini del Pordenonese – più spesso bianchi ottenuti da vitigni internazionali come pinot bianco, chardonnay e sauvignon - ancora poco noti ma pronti a farsi apprezzare da chi abbia voglia di scoprirli. Ne vale la pena, cosi come vale la pena scoprire il territorio in cui nasce oltre la metà della produzione vitivinicola regionale, racchiuso tra i fiumi Livenza e Tagliamento. Siamo nella zona delle Grave - terreni sassosi di natura alluvionale - e dei magredi, i prati aridi dell'alta pianura friulana che si estende fino alla fascia delle risorgive, a destra del Tagliamento. Un territorio “piatto” solo a prima vista, che negli ultimi anni si è riaperto all'accoglienza, anche grazie alla presenza di borghi storici e città d'arte come Spilimbergo e la stessa Pordenone, accanto a un mare di vigneti.

 

La cantina Pitars, a San Martino al Tagliamento (Pordenone) Vigne in primavera alla cantina Pitars, a San Martino al Tagliamento

Nella vendemmia 2010, ben il 52,4 per cento della produzione regionale complessiva tra Docg, Doc e Igt proveniva da questa zona. Una produzione di qualità, oltre che di quantità, che sta facendo registrare novità interessanti anche grazie a una generazione di produttori ed enologi che ha saputo valorizzare antiche tradizioni familiari andando incontro alle nuove esigenze del mercato con vini di qualità e dal buon rapporto qualità-prezzo, e neanche non troppo alcolici. Il giovane Nicola Pitars oggi guida insieme ai tre fratelli la Cantina San Martino (www.pitars.it), ereditata dal padre Angelo e dal nonno Romano. Ben 140 ettari, di cui 100 a vigneto, al cui centro sorge una bellissima casa colonica su più piani che ospita sale per degustazioni e cene affacciati sulle vigne. Sono 16 i vitigni coltivati sul suolo alluvionale delle Grave, dal profumato ed elegante friulano fino al refosco che, insieme a merlot e cabernet franc, costituisce il Naos, rosso di punta dell'azienda. Hanno meno di 40 anni molti dei 400 soci della Cantina Cooperativa di Rauscedo (www.cantinarauscedo.com) che abbraccia 13 Comuni del territorio dei Magredi. Fondata nel 1951 da Elia Crovato, industriale locale, si è sempre concentrata su una produzione in larga parte di vino sfuso a basso prezzo. Qualche anno fa la direzione è stata affidata a un gruppo di giovani under 30, con il risultato di svecchiare l'immagine della Cantina e a inserire in gamma alcuni vini di pregio, pur mantenendo prezzi competitivi. Tra questi, il Sauvignon Progetto, frutto di raccolta anticipata per ottenere il meglio da una varietà difficile per questa zona, e l'Elia, un vino passito da meditazione a base verduzzo e traminer aromatico, realizzato per i 60 anni della cooperativa.

 

I tre fratelli Anna, Chiara e Antonio Brisotto – quarta generazione – guidano invece l'azienda San Simone (www.sansimone.it). Antonio è l'enologo, Chiara si occupa di sicurezza e ambiente mentre Anna, che è anche la presidente del Consorzio tutela vini Friuli Grave Doc, segue la parte commerciale. Siamo a Rondover, tra Prata e Porcia, nella zona più occidentale della Doc Friuli Grave e al centro della Doc Prosecco. Sono 60 gli ettari vitati: 20 intorno alla bella sede aziendale e gli altri sparsi sul territorio, su terreni argillosi più vocati ai vitigni a bacca rossa come merlot, cabernet franc e refosco dal peduncolo rosso, su cui punta l'azienda. Nella produzione – incentrata su tecniche ecosostenibili – spicca pure il Prosecco Doc Brut Millesimato Perlae Naonis, da uve glera (antico vitigno autoctono), morbido e vivace.

 

Vigne nella tenuta Vistorta – Conte Brandolini D’Adda. Spesso davanti ai filari viene messa una rosa come indicatore patogeno L’Ultima Cena,  è il logo dell’azienda Bulfon ripreso da un affresco medievale della chiesa di Santa Maria dei Battuti, di Valeriano
Anche Alec Ongaro, enologo “residente” della azienda agricola Vistorta Conte Brandolini D'Adda (www.vistorta.it) è giovane, ma può già contare diciotto vendemmie a Sacile. L'antica Barchessa, un maestoso edificio dove si allevavano i bachi da seta, ospita le cantine situate accanto alla bella dimora abitata dal conte Brandino, che negli anni '80 oltre allo Château Greysac, a Bordeaux, ha deciso di riprendere in mano la tenuta friulana in collaborazione con l'enologo francese Georges Pauli. Qui gran parte del lavoro si fa in vigna, coltivata biologicamente dal 2005. Da fine agosto si assaggia l'uva filare per filare, decidendo quale sia pronto per la raccolta e quale debba ancora aspettare. Gli ettari di proprietà sono oltre 200, ma il cuore dell'azienda sono i 20 ettari non lontani dalla Barchessa dove nasce il merlot che dal 2000 è l'unico protagonista del Vistorta, uno dei migliori rossi friulani, dall'evidente stile francese. A portare alta la bandiera della tradizione e dei vitigni autoctoni e antichi è invece Emilio Bulfon (www.bulfon.it), oggi aiutato dalla figlia Alberta. Poco più di 15 ettari, di cui 9 dedicati ai vitigni autoctoni salvati dall'abbandono: dall'ucelùt (alla base anche di un eccellente vino da dessert) al piculit-neri, e poi il forgiarin, lo sciaglìn, il cividin e il cjanorie. Una produzione di nicchia, in cui tradizione e innovazione vanno di pari passo: se in cantina spicca il nuovo fermentatore con metodo Ganimede (www.ganimede.com), inventato proprio da un'azienda di Spilmbergo, il logo dell'azienda raffigura – reinterpretato dallo stesso Emilio – un frammento dell'affresco dell'Ultima Cena della Chiesa di Santa Maria di Valeriano.

 

Rauscedo, il Paese-Vivaio

Una sala dei Vivai Cooperativi di Rauscedo Grappoli di nebbiolo ai Vivai Cooperativi di Rauscedo

Non tutti sanno che a Rauscedo sorge la più grande azienda vivaistico-viticola del mondo, nata nel 1933 come cooperativa - con oltre 250 soci – specializzata su una produzione del tutto particolare: le barbatelle, cioè le piantine di vitis vinifera ottenute dall'innesto al banco di vite americana con vite europea, necessario da quando - a metà dell'800 - arrivò in Europa la fillossera, un insetto parassita della vite. Oggi a Rauscedo si coltivano circa 1.200 ettari di vivaio e oltre 1.100 portinnesti, in grado di produrre – grazie al lavoro stagionale dell'intera comunità - più 70 milioni di innesti l’anno, esportati in tutto il mondo. L'obiettivo principale del VCR – Vivaio Cooperativo Rauscedo e del centro sperimentale Casa 40 è la selezione clonale per le uve da vino. Nei circa mille ettari di vigneto tra Rauscedo, Fossano di Grado e Coriano (in Romagna) si coltivano oltre 400 varietà, con circa mille diversi cloni, per individuare i biotipi più interessanti, poi testati con apposite micro-vinificazioni. Oggi sono oltre 220 i cloni omologati dai Vivai Cooperativi Rauscedo, tra cui alcuni interessant “ibridi” come il Rebo (merlot più teroldego). Insomma, la cantina di Casa 40 custodisce un vero e proprio tesoro dei profumi del vino nella loro forma più pura, per poter decidere oggi il vino di domani. Info www.vivairauscedo.com

 

Soste gourmet e di charme

Lo chef Marco Talamini della Torre di Spilimbergo nelle vigne della cantina Pitars, a San Martino al Tagliamento

La gastronomia del territorio pordenonese è legata soprattutto alla cucina popolare e alle materie prime locali come la brovada (rape fermentate che accompagnano il musetto, una sorta di cotechino) o l'asin, antico formaggio a pasta molle. In zona non mancano indirizzi da buongustai dove assaggiare cucina tipica rivisitata con eleganza. A San Quirino, nel cuore dei Magredi, La Primula (menu da 50 a 70€ www.ristorantelaprimula.it) è l'elegante ristorante della famiglia Canton, che lo gestisce fin dal 1873. Andrea Canton prepara piatti ispirati alla tradizione ma con mano moderna, come i fegadel con polenta o i fantastici tortelli con patate e ricotta con intingolo di gallo ruspante, accompagnati da oltre 1600 etichette friulane, italiane e internazionali. A Spilimbergo l'indirizzo da non perdere è La Torre dove lo chef Marco Talamini propone piatti come la crema di zucca con formaggio asìno, pistacchi e olio di semi di zucca o il guanciale di vitello con purea di sedano-rapa (menu 35-45€ www.ristorantelatorre.net). Per dormire in un'atmosfera da favola, segnaliamo L'Ultimo Mulino, a Bannia di Fiume Veneto, un'incantevole struttura di charme a poca distanza da Pordenone (doppia 160-195€ con colazione www.lultimomulino.com).

 

Il Pordenone, bollicine d'autore

Il duomo di Pordenone

L'idea di far nascere un vino spumante da uve autoctone a bacca rossa proprio al confine con la zona della Doc Prosecco, tra Friuli Venezia Giulia e Veneto, potrebbe sembrare un azzardo, ma il risultato è interessante. Il Pordenone, vino spumante a base di uve refosco, è stato realizzato come prototipo di un nuovo metodo di spumantizzazione da un gruppo di imprenditori locali con il sostegno di Provincia, Camera di Commercio, Unione Industriali e Banca FriulAdria Credit Agricole. Il metodo prevede la fermentazione in piccoli contenitori da 50 litri, anziché in autoclave. Si tratta di un progetto d'insieme, seguito da un gruppo di lavoro interdisciplinare formato da viticoltori, enologi e progettisti d’impiantistica enologica, studiato per valorizzare il territorio e le sue potenzialità enologiche legandosi anche alle eccellenze artistiche: il nome infatti è sia quello del capoluogo che il soprannome del pittore rinascimentale Giovanni Antonio De’ Sacchis, “concorrente” di Tiziano e autore di bellissimi affreschi, a partire dal duomo di Pordenone. Sua anche l'immagine di San Martino, vescovo di Tours, ripresa nell'etichetta del vino, le cui caratteristiche principali sono il delicato colore rosato, l’elegante e intenso aroma di rosa, la gradazione alcolica moderata e il perlage discreto e persistente. Info www.pordenonewithlove.it

 

A Spilimbergo l'arte della tessera

Pietruzze colorate per fare i mosaici alla alla Scuola Mosaicisti del Friuli, di Spilimbergo

Il suggestivo borgo medievale di Spilimbergo, annesso all'Italia nel 1866, ospita dal 1922 la Scuola Mosaicisti del Fiuli, dal 1932 nella sede attuale. L’antica tradizione locale del mosaico nasce dalla presenza di molti corsi d’acqua, i cui sassi venivano lavorati e mandati a Venezia fin al 1500. Oggi la Scuola – con corsi triennali e corsi estivi amatoriali – accoglie studenti da ogni parte del mondo, che vengono qui per imparare l'arte delle tessere colorate, dalla preparazione dei materiali alle tecniche. Come la tecnica diretta, che prevede l’applicazione delle tessere su un disegno, spesso riproduzioni di opere famose, o la tecnica della  rivoltatura con la quale le tessere vengono applicate su carta al contrario e poi rivoltate. Durante il corso gli allievi imparano sia la riproduzione di opere classiche sia la creazione di opere moderne e astratte, anche tridimensionali. E realizzano opere su commissione, come la decorazione parietale e pavimentale di 10mila mq del Foro Italico di Roma su bozzetti di Giulio Rosso, Angelo Canevari, Achille Capizzano e Gino Severini. Info www.scuolamosaicistifriuli.it

 

Maniago, coltelli e cavatappi a regola d'arte

Maniago, Museo dei Coltelli “Il sacrificio di Isacco” al Museo dei Coltelli di Maniago

Maniago, antica cittadina lungo la pedemontana del Friuli Occidentale, è famosa soprattutto per la lavorazione artigianale di coltelli, a cui dal 1997 è dedicato il Museo dell'Arte Fabbrile e delle Coltellerie, dal 2007  trasferito nell'attuale sede presso quella che fu la più grande fabbrica di coltelli, il Co.Ri.Ca.Ma, creata nel 1907 dal tedesco Alberto Marx. L'inizio dell'attività fabbrile locale si ha con la roggia fatta costruire nel 1453 dal conte Nicolò di Maniago per produrre l’energia necessaria a realizzare in loco asce e accette per tagliare la legna da mandare a Venezia, e poi anche falci e attrezzi per l’agricoltura. Da allora la lavorazione di oggetti da taglio e coltelli è diventata fondamentale per l’economia locale. Le diverse sale del museo illustrano le fasi di lavorazione e l'evoluzione della produzione dei coltellinai maniaghesi, che si è allargata anche a forbici e strumenti da taglio e ai cavatappi, vista la forte vocazione enologica della zona. Info Museo tel 0427.709063, sempre aperto da 9.30/12.30 e 15.30/18.30

 

Affreschi a tema viticolo nella cantina Bulfon, a Valeriano (Pordenone) La sede dei Vivai Cooperativi Rauscedo Una lavagna indica antichi vitigni friuliani che la cantina Bulfon impiega nella produzione dei suoi vini autoctoni
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